Scrivere non è terapia, ma a volte ci va molto vicino

Scrittura terapeutica, benessere e cura

Quando alle medie ho iniziato a scrivere diari, impressioni, pensieri, non parlavo ancora di scrittura terapeutica, ma di un gesto istintivo e personale. Per me la scrittura è sempre stata un linguaggio, non una tecnica: un modo per esprimersi, come il disegno, la creazione di oggetti, l’atto stesso del fare. Qualcosa di profondamente personale, lontano da canoni, standard, strutture prefissate.

Ci sono stati i periodi del “caro diario”, quelli delle lettere mai spedite, quelli in cui scrivevo a Wolfy, il mio amatissimo Mozart, E poi ci sono stati i momenti in cui la paura che qualcuno potesse invadere quello spazio così privato mi ha portata a trasformare i pensieri in poesie, a parafrasarli, a mascherarli quel tanto che bastava perché restassero comprensibili solo a me. Ho scritto su carta – pagine e pagine di quaderni e diari – e poi ho continuato a scrivere, e lo faccio ancora oggi, su programmi e app digitali, Il supporto è cambiato, l’urgenza no.

Eppure oggi la scrittura è entrata ufficialmente in un altro territorio, segnando il passaggio netto tra un gesto nato nell’intimità e il momento in cui viene riconosciuto, studiato e inquadrato da istituzioni, percorsi formativi e linguaggi ufficiali. Non più soltanto esperienza privata o creativa, ma strumento collocato all’interno di un discorso più ampio sul benessere psicologico, sulla crescita personale e, in alcuni casi, sulla formazione professionale. È un passaggio evidente, per molti versi spiazzante, che trasforma un atto spontaneo in una pratica osservata, regolata, insegnata.

scrittura terapeutica

Nel mondo della psicologia e della salute mentale, una delle forme più studiate di questo approccio è la cosiddetta scrittura espressiva (approfondimento: https://positivepsychology.com/writing-therapy/). Introdotta negli anni Ottanta dallo psicologo statunitense James Pennebaker, si fonda sull’idea che raccontare per iscritto eventi emotivamente intensi possa favorire processi di rielaborazione interna, aiutando a dare ordine all’esperienza e a ridurre il carico emotivo associato. Nel tempo, numerosi studi hanno messo in relazione questa pratica con benefici sul piano emotivo e, in alcuni casi, anche fisico (https://www.apa.org/news/podcasts/speaking-of-psychology/expressive-writing).

Accanto alla scrittura espressiva si sono sviluppati altri approcci affini, come la journal therapy (https://journaltherapy.com/) e la biblioterapia (https://www.ncbi.nlm.nih.gov/pmc/articles/PMC6767978/), che utilizzano la parola scritta – o letta – come strumento di supporto in contesti educativi, sociali e di accompagnamento alla persona. Anche in questi casi, il focus non è la qualità letteraria del testo, ma il processo: la possibilità di esternalizzare il vissuto, di osservarlo da una distanza nuova. All’estero, soprattutto negli Stati Uniti e nel Regno Unito, esistono percorsi di certificazione per facilitatori di scrittura terapeutica, figure formate a condurre gruppi e laboratori con un’attenzione particolare agli aspetti etici, emotivi e relazionali.

Anche in Italia, negli ultimi anni, sono aumentati i corsi e i master che propongono la scrittura come strumento di benessere, rivolgendosi a insegnanti, educatori, operatori sociali, counselor e professionisti della relazione d’aiuto. In questi contesti la scrittura non viene insegnata come arte letteraria, ma come pratica di emersione del vissuto, come spazio in cui pensieri, paure, ossessioni e insicurezze possono trovare una forma.

È qui che nasce una frizione difficile da ignorare. Perché nella sua trasformazione da atto spontaneo a disciplina insegnabile, la scrittura sembra perdere qualcosa della sua originaria libertà. Non si tratta di affinare tecniche di scrittura creativa, come fa ogni autore che decide di lavorare seriamente sul proprio linguaggio, ma di trasformare un gesto intimo in una pratica codificata. Di rendere tecnico ciò che, per sua natura, nasce personale.

Quando lessi Scrivere per guarire di Alessandra Perotti, lo intesi come uno spunto di riflessione, non come il preludio a una futura istituzionalizzazione della scrittura. Eppure è esattamente ciò che è accaduto. Oggi la scrittura terapeutica viene riconosciuta, studiata, insegnata. Fa strano, sì. Ma forse fa ancora più strano che questo riconoscimento sia arrivato solo ora, come se fosse una scoperta recente e non una pratica che l’essere umano ha sempre utilizzato per dare senso a ciò che vive.

Perché scrivere, come credere, non è qualcosa che si può imporre dall’esterno. Funziona solo se nasce da una necessità interna, viscerale. Puoi imparare tecniche, protocolli, ottenere certificazioni, ma ciò che rende la scrittura terapeutica nel senso più profondo del termine resta una spinta personale, istintiva, non replicabile in modo standardizzato.

In questo senso, anche l’uso – o l’apparente uso improprio – della grammatica diventa un messaggio. Non un indice di istruzione, ma una traccia. Un codice da decifrare per comprendere la mente di chi scrive, non per giudicarne la correttezza formale. Ed è forse qui che la scrittura si avvicina di più alla terapia, senza mai coincidere davvero con essa: non perché guarisca, ma perché rende visibile. Non perché risolva, ma perché permette di abitare ciò che c’è.

Scrivere non è terapia. Ma nel momento in cui smette di essere prestazione e torna a essere linguaggio, a volte ci passa molto vicino.

In fondo, ciò che questo fenomeno mette in luce non è tanto una moda quanto una tensione irrisolta. Da una parte il bisogno, sempre più evidente, di strumenti che aiutino a dare forma al caos emotivo; dall’altra il rischio di trasformare un gesto intimo, spontaneo, persino fragile, in una competenza standardizzabile. La scrittura si trova esattamente in questo spazio intermedio: abbastanza potente da essere studiata, abbastanza personale da non poter essere del tutto incasellata.

Forse il punto non è stabilire se la scrittura sia o non sia terapia, ma interrogarsi su come viene proposta, insegnata, praticata. Su cosa accade quando un linguaggio nasce per necessità individuale e diventa oggetto di formazione, mercato, certificazione. E su quanto siamo disposti a tollerare l’ambiguità di strumenti che funzionano proprio perché non promettono certezze.

Da qui in avanti, la domanda non riguarda più solo la scrittura, ma il nostro rapporto con il benessere e con la cura, e soprattutto con il bisogno contemporaneo di dare un nome – e una struttura – a ciò che per sua natura resta fluido: un bisogno che attraversa molti altri ambiti, e che prepara il terreno al discorso successivo.

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