Nei libri entro. Dai film rimango fuori.

Stessa storia, due linguaggi diversi: uno mi attraversa, l’altro no.

Mi sono chiesta cosa significhi davvero leggere o guardare serie tv, e perché queste due esperienze così simili producano in me effetti così diversi.
leggere o guardare serie TV 1

Ci sono momenti in cui il tempo libero smette di essere semplicemente tempo e diventa una specie di specchio. Non perché facciamo qualcosa di sbagliato, ma perché quello che scegliamo di fare ci restituisce un’immagine di noi che a volte non ci aspettavamo.
È in quei momenti che mi accorgo di quanto sia sottile la linea tra il riposo e la sensazione di aver “perso” qualcosa, anche quando, razionalmente, so di essermi concessa una pausa.

Da tempo noto una differenza netta tra due forme di narrazione che, in teoria, dovrebbero assomigliarsi molto: i libri e i film, o le serie tv. Entrambe raccontano storie, entrambe parlano di personaggi, emozioni, relazioni. Eppure, dentro di me, non producono lo stesso effetto.
Guardare una serie mi piace. Mi lascio coinvolgere, seguo la trama, attendo l’episodio successivo. Ma quando lo faccio durante il giorno, quasi sempre, alla fine, rimane una sensazione strana. Non è dispiacere, non è insoddisfazione. È più un senso di sospensione, come se il tempo fosse scivolato via senza davvero passarmi attraverso.

Con la lettura, invece, accade qualcosa di completamente diverso. Anche quando leggo romanzi leggeri, anche quando la storia è veloce, accessibile, narrativa, non avverto mai quella sensazione di colpa o di vuoto. Al contrario, mi sento più calma, più presente. Come se quel tempo non fosse stato semplicemente riempito, ma abitato.
E questa differenza, col tempo, ha smesso di essere un dettaglio ed è diventata una domanda vera.

Credo che il punto non sia stabilire cosa sia “meglio”, ma osservare cosa accade dentro di noi mentre entriamo in una storia. La lettura, per me, non è mai solo seguire una trama. È un’esperienza di immersione totale.
A volte mi capita di immaginare così intensamente l’ambientazione, la scenografia dietro la scena che sto leggendo, che mi sembra davvero di essere lì. A pochi passi dai protagonisti. Come se stessi ascoltando la loro conversazione mentre il mio sguardo vaga intorno, curioso, in cerca di dettagli. Dettagli che non esistono sulla pagina, ma che la mia mente crea con una precisione quasi inquietante.

Succede allora una cosa strana: in certi punti nevralgici della storia, l’immagine che ho costruito io mi rimane più impressa di quella che l’autrice o l’autore hanno effettivamente descritto. È come se la mia immaginazione prendesse il sopravvento, riscrivendo silenziosamente alcune scene.
E non è una forzatura. È una resa.

A volte leggere mi provoca una specie di sindrome di Stendhal privata. Come se sprofondassi dentro un quadro. Come se le emozioni fossero così intense da diventare fisiche. La lettura, certe volte — anzi spesso — è come uno stupefacente capace di alterare la mia realtà. Mi sposta. Mi assorbe. Mi cambia il ritmo interno.
Non resto semplicemente spettatrice: mi calo dentro la storia come se fosse un’esperienza quasi paranormale.

Ed è qui che, per me, avviene lo scarto definitivo rispetto allo schermo. Un film, una serie, per quanto belli, non riescono a fare questo. Non sogno quello che ho visto in tv. Ma sogno quello che leggo.
Mi porto dietro le immagini, le atmosfere, i personaggi. Entrano nei miei sogni, si mescolano al mio inconscio, restano.

È successo, per esempio, con Fourth Wing. Dopo averlo letto, me lo sono sognato per settimane. Non singole scene, ma un intero mondo. Come se la storia avesse trovato una porta aperta e si fosse sistemata lì, in profondità.

Questa consapevolezza mi è tornata addosso qualche giorno fa in modo molto concreto. Stavo guardando un episodio di Maxton Hall. È una serie che mi piace, che seguo con interesse. Mi prende, mi incuriosisce, mi fa venire voglia di continuare.
Eppure, appena finito l’episodio, ho spento la tv e mi sono fermata. Ho riconosciuto subito quella sensazione: come se qualcosa non si fosse depositato davvero.

Quasi per contrasto, ho preso in mano il secondo volume della stessa storia, Save You, e ho iniziato a leggere. E lì il corpo ha risposto in tutt’altro modo. Il respiro si è fatto più lento, la mente più stabile. Nessuna inquietudine, nessun senso di tempo sottratto. Solo una presenza piena, silenziosa.

La cosa che mi ha colpita di più è stata rendermi conto che la storia era la stessa. I personaggi erano gli stessi. Le dinamiche narrative non cambiavano.
Cambiava solo il mio ruolo.

Nel libro, io entravo. Nella serie, restavo davanti.

E allora ho capito che non si trattava di qualità, né di valore culturale. Si trattava di relazione.
Leggere mi chiede qualcosa: attenzione, immaginazione, disponibilità emotiva. Guardare, invece, mi offre tutto senza chiedermi nulla in cambio. E io, evidentemente, ho bisogno di sentirmi parte, non solo spettatrice.

Non credo che guardare una serie sia sbagliato. Credo solo che, per me, abbia un tempo e un luogo diversi. Forse la sera, forse quando ho davvero bisogno di spegnere tutto.
La lettura, invece, è un gesto che mi accompagna. È un modo per restare in contatto con me stessa, anche mentre vivo mille altre vite.

Ho smesso di giudicare questa differenza come un limite. Ho iniziato a leggerla come un’indicazione gentile. Un modo per capire cosa mi nutre davvero e cosa, invece, mi intrattiene soltanto.
E forse, alla fine, non si tratta di scegliere tra libri e schermo, ma di imparare ad ascoltare come le storie ci abitano. E di concederci, senza sensi di colpa, quelle che non ci fanno solo passare il tempo, ma ce lo restituiscono trasformato.

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