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Dark romance, BookTok e “romanzetti rosa”: perché il romance è ancora sotto accusa
Per anni hanno riso delle lettrici romance perché sognavano uomini troppo belli. Adesso le rimproverano perché leggono di uomini troppo sbagliati.
La coerenza, bisogna ammetterlo, ha una sua eleganza: qualunque cosa faccia una lettrice romance, qualcuno troverà il modo di spiegarle che la sta facendo male.
Prima erano i “romanzetti rosa”, quelli con il fustacchione in copertina, la camicia aperta in una tempesta tropicale, il pettorale lucido come una focaccia appena sfornata e la donna abbandonata tra le sue braccia con l’aria di chi ha perso insieme l’onore, il fiato e il segnalibro. Poi sono arrivati gli scaffali color pastello, le copertine illustrate, i tropes dichiarati, le ragazze su TikTok che parlano di enemies to lovers, forced proximity, second chance, grumpy sunshine, spicy, smut, dark romance, bully romance, mafia romance, romantasy. E lì la battuta si è aggiornata. Perché lo snobismo culturale, quando vuole sopravvivere, sa essere molto creativo.
Il romance è passato dall’essere considerato un passatempo per donne annoiate a un problema educativo per adolescenti impressionabili. In mezzo, dettaglio non proprio irrilevante, è diventato uno dei segmenti editoriali più forti degli ultimi anni. Nel 2024, in Italia, secondo i dati AIE ripresi da ANSA, il romance ha venduto circa cinque milioni di copie e superato i 56 milioni di euro di valore, crescendo mentre il mercato trade complessivo fletteva. Un particolare scomodo, immagino, per chi continua a trattarlo come una mania da ombrellone con troppe labbra socchiuse e poca dignità letteraria.
Il punto, però, non è soltanto economico. Fermarsi ai numeri sarebbe quasi fare un favore ai detrattori: “vende, quindi conta”. No. Il romance conta anche quando non vende milioni di copie, perché porta al centro della narrazione qualcosa che la cultura alta ha spesso tollerato solo se travestito da tragedia, nevrosi o adulterio infelice: il desiderio femminile. Desiderio sentimentale, sessuale, emotivo, riparativo, vendicativo, consolatorio, ingenuo, feroce, contraddittorio. Il problema non è mai stato davvero il lieto fine. Il problema è che milioni di lettrici lo pretendono senza chiedere scusa.
La definizione classica del romance è piuttosto semplice: una storia d’amore centrale e un finale emotivamente soddisfacente e ottimistico. Tradotto fuori dai manuali: due persone si scelgono, attraversano un conflitto e arrivano a una forma di compimento. Niente di così scandaloso, almeno sulla carta. Eppure il genere continua a essere trattato come se fosse letteratura con il colpevole già individuato.
Il paradosso è che proprio quella promessa di soddisfazione, invece di essere riconosciuta come architettura narrativa, viene spesso scambiata per superficialità. Il giallo può chiudersi con la soluzione del caso, il fantasy con la caduta del tiranno, il thriller con la rivelazione dell’assassino. Il romance, quando chiude con una forma di felicità, deve presentarsi in ginocchio davanti al tribunale del buon gusto. Perché un cadavere in cantina è struttura. Un bacio dopo trecento pagine, evidentemente, è evasione per menti deboli.
Ed eccola, la vecchia, gloriosa, immortale caricatura della lettrice romance. Quella che compra libri con i “fustacchioni” in copertina perché, poverina, non riesce a distinguere un romanzo da un calendario da officina. Quella che legge “storie tutte uguali”. Quella che sogna il miliardario, il motociclista, il duca, il vampiro, il vicino di casa emotivamente danneggiato e dotato di mascella scolpita da una divinità con molto tempo libero. Quella che, secondo una certa idea pigra e paternalista, non legge davvero: consuma fantasie.
Le copertine hanno avuto un ruolo enorme in questo pregiudizio. Il corpo maschile seminudo è diventato per decenni il bersaglio facile, la prova visiva che il romance fosse una letteratura poco seria. Fabio Lanzoni, icona pop delle cover romance anni Novanta, è stato associato a un immaginario immediatamente riconoscibile: capelli lunghi, muscoli, posa da rapimento consenziente in una brughiera molto ventilata. Più presente lui di certi personaggi secondari nei romanzi russi.
Poi le copertine sono cambiate. Sono arrivate le illustrazioni, i colori pieni, le coppie stilizzate, le grafiche da commedia romantica, i dettagli minimal, i titoli grandi. Il romance ha imparato a vestirsi in modo più discreto, più vendibile, più facile da portare in metropolitana senza sentirsi osservate dal giudice interiore del vagone. Ma la domanda resta: perché molte lettrici hanno avuto bisogno di copertine meno riconoscibili per leggere in pace? Perché il romance doveva mimetizzarsi per essere socialmente più accettabile? Nessuno mette una sovraccoperta neutra a un thriller con tre donne uccise e una quarta che corre nel bosco. Nessuno sente il bisogno di nascondere in borsa un noir in cui un commissario devastato dall’alcol inciampa sui cadaveri come altri inciampano nei tappeti. Però un uomo a torso nudo su uno sfondo viola, e improvvisamente spicca il sopracciglio collettivo.
In realtà lo stigma è antico, strutturale, perfino studiato. La ricerca sul romance ha mostrato più volte come il genere sia stato svalutato proprio perché associato a donne, desiderio, sessualità, consumo popolare e produzione commerciale. Il romance viene guardato con sufficienza quando parla d’amore, con sospetto quando parla di sesso, con allarme quando osa entrare in zone più buie. La traiettoria cambia, il verdetto resta quasi sempre lo stesso: se piace troppo alle donne, bisogna spiegare loro perché dovrebbero vergognarsene.
Il doppio movimento che colpisce autrici e lettrici è quasi chirurgico: scherno e voyeurismo. Da un lato si deride il genere come spazzatura sentimentale; dall’altro si guarda alla sua componente erotica con una curiosità morbosa, come se l’autrice dovesse rispondere personalmente di ogni scena scritta. Nessuno chiede a Stephen King se abbia mai bruciato palestre con il pensiero, per dire. Nessuno pretende da un autore di thriller una dichiarazione giurata in cui confermi di non aver mai nascosto cadaveri in un seminterrato. Alla romance writer, invece, si chiede spesso quanto ci sia di autobiografico. Perché se una donna scrive desiderio, qualcuno deve subito capire da dove le esca tutta questa confidenza con il peccato.
Ed eccolo, il doppio standard. Se un romanzo horror mette in scena possessioni, smembramenti, cannibalismo, madri folli, bambini inquietanti, case infestate e clown assassini, il lettore sa — o almeno gli viene concesso di sapere — che sta entrando in una finzione. Se un thriller racconta manipolazioni, stalking, rapimenti, serial killer e omicidi rituali, nessuno pretende che ogni pagina sia accompagnata da una dichiarazione pedagogica contro il sequestro di persona. Se un true crime ricostruisce delitti reali con dettagli anche crudi, spesso viene trattato come indagine, memoria, ossessione collettiva, intrattenimento del terrore.
Il romance, invece, deve essere sano. Deve educare. Deve offrire modelli relazionali impeccabili. Deve mostrare il consenso con chiarezza notarile, la comunicazione emotiva con precisione da terapia di coppia, il conflitto con moderazione, il desiderio con compostezza e possibilmente senza far sudare nessuno. Se inciampa, non ha scritto un romanzo discutibile: ha corrotto una generazione.
Da qui si arriva al capitolo più recente e rumoroso: il dark romance. Qui il discorso si complica, e sarebbe comodo far finta di niente. Il dark romance affronta spesso relazioni tossiche, traumi, violenza, ossessione, potere, vendetta, coercizione, ambiguità morale. Non è tutto uguale, non tutto è ben scritto, non tutto è adatto a ogni età, non tutto viene commercializzato con la chiarezza necessaria. Alcuni libri hanno contenuti estremi e meritano avvertenze limpide. Alcuni casi editoriali hanno davvero aperto domande legittime su classificazione, pubblico, piattaforme, autopubblicazione, trigger warning e accessibilità per lettori molto giovani.
Il problema nasce quando questa discussione, invece di restare precisa, diventa la solita retata culturale: prendiamo il caso più estremo, agitiamolo davanti al pubblico e usiamolo per confermare che, in fondo, le lettrici romance sono sempre state sospette. Prima erano sciocche perché volevano il principe azzurro. Adesso sono pericolose perché leggono il principe nero. Che carriera.
In Italia, la polemica ha trovato nuova forza anche grazie ad articoli dedicati al successo del dark romance tra le più giovani. iO Donna ha raccontato l’allarme di un padre davanti alle letture della figlia dodicenne, citando il caso Limitless di Karim B. e il ruolo di TikTok, Wattpad, firmacopie affollati, copertine non sempre riconoscibili, classificazioni incerte, peperoncini trasformati in promessa di scandalo. È materiale importante, perché intercetta un nodo reale: quando libri pensati per un pubblico adulto arrivano a lettrici molto giovani, la domanda sulle soglie di accesso è legittima.
Ma tra una domanda legittima e un processo al genere passa parecchia strada. Ed è proprio lì che spesso inciampa il dibattito. Si parte dalla tutela dei minori e si finisce, con ammirevole scioltezza, a parlare del romance come se fosse un’infezione. Si evocano ragazzine “influenzabili”, contenuti “troppo piccanti”, relazioni “malate”, uomini “tossici”. Tutto può essere discusso, certo. Ma il tono conta. Perché se il punto è davvero proteggere le lettrici giovani, bisogna parlare di educazione sentimentale, alfabetizzazione al consenso, responsabilità editoriale, dialogo familiare, limiti d’età, piattaforme e vendita online. Se invece il punto è spiegare ancora una volta che le ragazze leggono roba scema o pericolosa, allora almeno risparmiamoci il travestimento pedagogico.
La questione è esplosa anche fuori dall’Italia. Il Guardian ha affrontato il tema dei libri spicy arrivati a lettori molto giovani attraverso BookTok, mentre Euronews ha raccontato il caso francese di Corps à coeur di Jessie Auryann, finito al centro di una controversia durissima per la rappresentazione di abuso, violenza e dinamiche estreme. Qui il terreno è più delicato: quando entrano temi come abusi, minori, coercizione o contenuti potenzialmente illegali, la discussione supera la critica letteraria e tocca responsabilità giuridiche, piattaforme distributive, autopubblicazione e controllo dei contenuti.
Nessuno dovrebbe liquidare tutto con un’alzata di spalle. “È solo fantasia” non basta sempre. La fantasia ha contesto, mercato, target, confezione, accessibilità, algoritmo. Un contenuto adulto può essere legittimo e insieme inadatto a un pubblico giovane. Un romanzo può esplorare zone disturbanti senza per questo essere automaticamente da bandire. Una piattaforma può vendere di tutto senza però essere esonerata dal problema di come categorizza, segnala e promuove. Sono distinzioni noiose, me ne rendo conto: molto meno eccitanti del rogo in piazza. Ma servono.
Ed è qui che entrano i trigger warning, che andrebbero sottratti sia ai loro detrattori più pigri sia ai loro utilizzatori più furbi. I trigger sono importanti quando informano, preparano, avvertono. Servono a dire al lettore adulto, e a maggior ragione al lettore giovane, che dentro quelle pagine troverà violenza, abuso, lutto traumatico, manipolazione, dipendenze, autolesionismo, coercizione, contenuti sessuali espliciti o altri elementi capaci di riaprire ferite personali. Sono un cartello, non una gabbia. Una soglia di consapevolezza, non un certificato di innocenza.
Il problema comincia quando il trigger warning diventa uno scudo dietro il quale la società moderna finge che certe realtà non esistano davvero. Mercato delle donne, mercato dei bambini, violenza domestica, abusi familiari, controllo psicologico, dipendenze affettive, tratta, ricatto sessuale, matrimoni forzati, relazioni fondate sulla paura: tutto questo va ben oltre la pagina di un romanzo. Esisteva prima di BookTok, prima del dark romance, prima dei peperoncini nelle schede libro, prima delle copertine illustrate con il titolo dorato. Esiste nella cronaca, nelle case, nei tribunali, nei centri antiviolenza, nei dossier internazionali, nelle famiglie che non vogliono vedere, nelle scuole che non sanno sempre come intervenire, nelle conversazioni rimandate perché “non è il momento”. Spoiler: il momento, di solito, è già passato.
Per questo la discussione sui trigger deve essere più onesta. Non servono solo a proteggere giovani lettrici da eventuali traumi, anche se questa funzione resta essenziale quando l’età di chi legge impone prudenza, gradualità e accompagnamento. Servono anche a informare il pubblico adulto su ciò che sta per leggere. Un adulto non smette di avere memoria, ferite, limiti, zone sensibili solo perché ha superato la maggiore età. La libertà di leggere passa anche dalla possibilità di scegliere con lucidità, non di essere presi alle spalle da un contenuto venduto come semplice storia d’amore e poi costruito su abuso, violenza o coercizione.
Allo stesso tempo, pensare che il primo argine alla confusione emotiva dei giovani siano i romanzi è comodo. Troppo comodo. I libri possono ferire, certo. Possono anche aprire domande, creare identificazioni rischiose, normalizzare dinamiche problematiche se letti senza strumenti. Ma il primo luogo in cui si impara a distinguere desiderio e possesso, conflitto e violenza, passione e controllo, gelosia e abuso, libertà e ricatto non dovrebbe essere la quarta di copertina. Dovrebbe essere la famiglia. Dovrebbe essere la scuola. Dovrebbero essere adulti capaci di nominare il consenso prima che un algoritmo insegni a estetizzare il trauma.
Invece è molto più semplice puntare il dito contro il mezzo del momento. Oggi il colpevole è TikTok, ieri era Wattpad, l’altro ieri la televisione, prima ancora il cinema, il romanzo popolare, la musica, i videogiochi, i fumetti, forse anche qualche pergamena particolarmente audace. Ogni epoca trova un oggetto su cui scaricare il proprio panico morale, così può fingere di aver individuato il problema senza dover guardare davvero il resto. E il resto, purtroppo, è meno comodo: educazione sentimentale assente, silenzio domestico, scuola lasciata sola, sessualità trattata come tabù fino al momento in cui esplode in mano a qualcuno, violenza chiamata amore per generazioni, controllo scambiato per protezione, possesso celebrato come destino romantico molto prima che arrivasse il primo bad boy mafioso con tatuaggio e trauma paterno.
Non nascondiamoci sempre dietro il mezzo più usato del momento per dare prova di buonismo pubblico. Il problema non è dimostrare di essere dalla parte giusta con una condanna ben confezionata. Il problema è avere il coraggio di guardare il vero malessere che attraversa da anni, da secoli, la nostra cosiddetta civiltà, e ammettere che nessun romanzo lo ha inventato. Alcuni romanzi lo rappresentano male, altri lo rappresentano con intelligenza, altri ancora lo usano come carburante narrativo senza prendersi abbastanza responsabilità. Ma il marcio non nasce in pagina. La pagina, semmai, lo intercetta. A volte lo sporca di glitter. A volte lo denuncia. A volte lo rende pericolosamente seducente. E allora sì, discutiamone. Però discutiamone senza fingere che basti coprire un libro per coprire il mondo.
BookTok, naturalmente, resta il grande imputato contemporaneo. Ogni epoca ha bisogno del suo corruttore dei giovani e adesso il ruolo è toccato a TikTok, che nel frattempo ha avuto un impatto enorme sul mercato del libro e sulla scoperta dei titoli, soprattutto tra lettori e lettrici giovani. Le lettrici non aspettano più soltanto la recensione sul supplemento culturale. Guardano video, salvano liste, commentano tropes, discutono scene, fanno fanart, comprano edizioni speciali, seguono firmacopie, litigano furiosamente su interpretazioni morali e poi, il giorno dopo, consigliano cinque libri con la stessa energia con cui una volta si tramandavano ricette di famiglia e maledizioni contro gli ex. È caotico? Sì. È superficiale? A volte. È cultura? Anche. Che fastidio, quando le cose sono tutte insieme.
In Italia, il fenomeno si vede nei dati e nei luoghi fisici. Il Giornale della Libreria ha raccontato negli ultimi anni uno slittamento significativo nelle classifiche di narrativa di genere: il romance ha conquistato spazio accanto a generi storicamente più legittimati, come giallo e noir, portando in libreria nuove lettrici, autrici nate online, comunità abituate a comprare, commentare, incontrarsi, fare file, partecipare a festival. Al Salone del Libro, gli eventi dedicati al romance hanno dimostrato quanto il genere sia ormai parte del discorso editoriale centrale, anche quando una parte del discorso culturale continua a comportarsi come se fosse entrato dalla porta di servizio.
Intanto festival e appuntamenti dedicati al genere continuano a radunare autrici, lettori, editori, firmacopie, community. A quanto pare, per essere una letteratura di serie B, richiede una logistica piuttosto da serie A. Ed è qui che la cosa diventa quasi comica: quando il romance vende poco, viene ignorato; quando vende molto, viene guardato con sospetto; quando crea comunità, viene accusato di essere una bolla; quando porta giovani in libreria, gli stessi giovani diventano improvvisamente troppo ingenui per capire cosa stanno comprando. Qualunque porta scelga, qualcuno gli sta già cambiando la serratura.
Eppure lo sguardo esterno resta spesso lo stesso: condiscendente quando il romance è dolce, allarmato quando è esplicito, sprezzante quando vende troppo. Il successo non gli viene perdonato; anzi, peggiora la situazione. Finché un genere femminile resta ai margini, può essere ignorato. Quando riempie classifiche, fiere, librerie, TikTok, scaffali e conti economici editoriali, diventa improvvisamente un problema da spiegare. Perché se milioni di donne leggono qualcosa che i custodi del gusto considerano inferiore, le possibilità sono due: o milioni di donne si stanno sbagliando, oppure forse il metro di giudizio è vecchio, storto e un po’ impolverato. Indovinate quale ipotesi viene scelta più spesso.
C’è poi un altro pezzo del puzzle: il romance non è più un blocco compatto, ammesso che lo sia mai stato. Dentro ci sono commedie romantiche, historical romance, paranormal, urban fantasy, romantasy, sport romance, office romance, small town romance, queer romance, age gap, slow burn, second chance, dark, spicy, erotic romance, mafia romance, bully romance, new adult, young adult, sick lit sentimentale, retelling mitologici con più addominali che filologia. Alcuni libri sono teneri, altri espliciti, altri disturbanti, altri ironici, altri scritti male, altri benissimo. Incredibile, lo so: un genere popolare contiene qualità diverse. Come qualunque altro genere popolare, solo che qui pare sempre una notizia.
E proprio il queer romance, con la crescita di storie M/M, F/F e di narrazioni che allargano il campo del desiderio oltre la coppia eterosessuale canonica, ha spalancato un’altra porta rimasta troppo a lungo socchiusa. Il romance ha cominciato a raccontare amori tra uomini, amori tra donne, identità meno addomesticate, corpi e desideri che la società continua spesso a tollerare finché restano lontani, discreti, educatamente invisibili. La cosa più destabilizzante, per certe menti molto affezionate al passato, non è nemmeno la provocazione. È la semplicità. Due ragazzi che si innamorano. Due ragazze che si scelgono. Una storia d’amore che non chiede permesso a nessuna maggioranza prima di esistere sulla pagina.
Anche qui il romance ha fatto ciò che gli viene rimproverato da sempre: ha portato al centro qualcosa che si preferiva lasciare ai margini. Ha tolto polvere da sotto il tappeto e, si sa, quando la polvere diventa visibile qualcuno tossisce subito in nome del decoro. Genitori che dichiarano di non avere alcun problema con l’omosessualità scoprono di averne moltissimi quando quella possibilità si avvicina alla stanza dei figli, alla libreria di casa, al libro lasciato sul comodino. Finché riguarda gli altri, tutto bene. Finché è una posizione civile da esibire in una conversazione, ancora meglio. Quando invece una figlia legge una storia F/F, un figlio si riconosce in un amore M/M, una lettrice trova in quelle pagine parole che nessuno le aveva dato prima, allora la tolleranza diventa improvvisamente molto meno comoda.
Neppure il queer romance deve essere trasformato in una categoria sacra, intoccabile, obbligata alla perfezione. Anche questa è una trappola: chiedere alle storie LGBTQIA+ di essere sempre impeccabili, educative, nobili, utili, rappresentative di ogni esperienza possibile. Come se l’amore eterosessuale, nella narrativa, avesse dovuto meritarsi la propria presenza a ogni pagina. Il romance queer può essere tenero, goffo, erotico, leggero, drammatico, commerciale, letterario, riuscito, discutibile. Può perfino essere una semplice storia d’amore, dettaglio che per qualcuno resta ancora più scandaloso di qualsiasi scena spicy.
La pretesa di giudicare il romance come un unico ammasso indistinto è una delle forme più pigre della critica. Sarebbe come parlare del giallo mettendo nello stesso sacco Agatha Christie, Jo Nesbø, il cozy mystery con la libraia investigatrice e il thriller splatter con ventisette cadaveri entro pagina quaranta. Ma al romance succede di continuo. Basta una copertina rosa, una frase spicy, un book boyfriend moralmente discutibile, e il verdetto è pronto: spazzatura, pornografia per donne, cattivo esempio, letteratura usa e getta.
Il bello è che spesso chi lo critica non lo legge. O ne legge uno, magari scelto con la serenità di chi entra in un processo già convinto della condanna, e poi dichiara di aver compreso il fenomeno. È un metodo curioso. Sarebbe affascinante applicarlo ad altri ambiti: guardare un cinepanettone e proclamarsi esperti di cinema italiano; assaggiare una merendina e scrivere un trattato sulla pasticceria europea; leggere due pagine di un manuale di fisica e chiamare il CERN per dare consigli.
Un altro elemento riguarda il modo in cui le community stesse discutono il genere. BookTok e Bookstagram non sono paradisi di consapevolezza permanente, certo. Possono essere spietati, frettolosi, moralisti, performativi, pieni di processi sommari. Alcune polemiche nate online hanno mostrato quanto rapidamente un dibattito letterario possa trasformarsi in tribunale digitale. Anche questo fa parte del puzzle: il romance viene attaccato da fuori, ma viene anche vivisezionato da dentro, spesso con categorie morali rigidissime.
Questa è forse la parte meno comoda da dire: le lettrici romance non sono un esercito angelico di creature sempre lucide, solidali e preparate. Sono una comunità enorme, quindi contraddittoria. C’è chi legge con strumenti critici affilati e chi confonde preferenza personale con legge universale. C’è chi chiede trigger warning utili e chi vorrebbe sterilizzare ogni conflitto narrativo. C’è chi difende qualunque cosa in nome della libertà creativa e chi trasforma ogni pagina problematica in prova di reato morale. Esattamente come accade in tutte le comunità vive. La differenza è che quando succede altrove si parla di dibattito culturale; quando succede nel romance si parla di isteria collettiva. Che parola vintage, quasi commovente.
La responsabilità editoriale sta proprio nel mezzo: indicare senza ammiccare, proteggere senza infantilizzare, classificare senza censurare. Un libro adulto deve poter esistere. Un lettore giovane deve poter essere accompagnato. Una libreria deve poter esporre senza trasformarsi in reparto investigativo. Una piattaforma deve prendersi la responsabilità delle categorie che usa. Una famiglia deve parlare con una figlia senza comportarsi come se avesse trovato un ordigno sotto il cuscino. E la critica dovrebbe fare il suo lavoro più difficile: distinguere.
Distinguere un romance tossico da un romance che racconta la tossicità. Distinguere una fantasia erotica da un modello educativo. Distinguere una lettrice adolescente curiosa da una vittima passiva dell’algoritmo. Distinguere una copertina innocua da un contenuto adulto. Distinguere una scena disturbante dalla sua glorificazione. Distinguere il cattivo gusto dalla pericolosità. Distinguere, insomma. Lo so, richiede più tempo di una battuta sui pettorali.
Eppure il punto più interessante resta questo: il romance viene trattato come se dovesse giustificare ogni fantasia che ospita. Nessun altro genere popolare viene chiamato con la stessa frequenza a rispondere della salute morale del pubblico. L’horror può disturbare, il crime può ossessionare, il fantasy può mettere in scena guerre, incesti dinastici, tiranni sexy e massacri. Il romance deve spiegare se quel maschio alfa rischia di rovinare l’idea dell’amore alle ragazze. Come se prima di TikTok l’educazione sentimentale occidentale fosse stata un giardino ben curato e non un archivio millenario di matrimoni combinati, gelosia scambiata per passione, silenzi affettivi, tradimenti normalizzati e uomini emotivamente analfabeti promossi a capifamiglia.
Forse il romance dà fastidio perché rende visibile ciò che di solito si preferisce tenere in ordine: le donne leggono desiderio, lo nominano, lo classificano, lo discutono, lo comprano, lo recensiscono, lo difendono, lo contestano. Si eccitano, si commuovono, si arrabbiano, ridono, piangono, fanno file per una firma, annotano pagine, litigano sui finali, chiedono più rappresentazione, più consenso, più complessità, più sesso, meno sesso, più angst, meno trauma, più uomini in terapia, meno uomini miliardari, ma possibilmente ancora uno yacht perché sognare costa meno dell’IMU. È un caos bellissimo e imperfetto. Quindi vivo.
La vera domanda, allora, non è se tutto il romance sia buono. Non lo è. Alcuni libri sono mediocri, alcuni furbi, alcuni scritti con il pilota automatico acceso e il dizionario emotivo in ferie. Altri sono intelligenti, profondi, divertenti, politicamente più consapevoli di molta narrativa che si prende tremendamente sul serio. Ma questa distinzione vale per ogni scaffale. Il problema è la pretesa di trasformare il peggio del genere nella sua essenza e il meglio in un’eccezione fortunata.
Nessuno dovrebbe chiedere indulgenza critica per il romance. Sarebbe un altro modo di trattarlo da minore. Il romance può e deve essere criticato: per i suoi cliché, per le sue pigrizie, per le sue derive tossiche, per il modo in cui a volte confeziona la violenza come destino erotico, per l’uso disinvolto del trauma, per l’estetizzazione del possesso, per le copertine ingannevoli, per il marketing che strizza l’occhio a lettrici troppo giovani. Ma criticarlo non significa ridicolizzarlo. Interrogarlo non significa patologizzarlo. E soprattutto criticare non significa buttare tutto nella stessa pira, perché su cento romance che trattano uno stesso argomento non tutti e cento meritano la stessa accusa, la stessa condanna, la stessa etichetta appiccicata addosso con l’entusiasmo di chi ha già preparato il fiammifero. Si lavora caso per caso, libro per libro, scena per scena, scelta narrativa per scelta narrativa. C’è differenza tra raccontare una dinamica tossica e renderla desiderabile senza strumenti; tra attraversare un trauma e usarlo come decorazione emotiva; tra scrivere un personaggio moralmente disturbante e venderlo come modello sentimentale. È lì che la critica dovrebbe entrare, con attenzione e precisione, non con il forcone ancora caldo.
Lo stesso vale per chi scrive. Centinaia di autrici passano mesi a documentarsi su temi che intendono trattare nei propri libri. Leggono, ascoltano, interrogano fonti, si confrontano con esperienze, cercano di capire contesti sociali, ferite, dipendenze, traumi, orientamenti, violenze, marginalità. Poi, certo, esiste anche chi si sveglia la mattina convinta che la propria idea di uno strato sociale sia l’unica verità utile da raccontare e la spalma sulla pagina con la delicatezza di una cazzuola. Ma fare di questa superficialità la regola del genere significa ignorare il lavoro di chi preferisce conoscere prima di scrivere. Che brutta abitudine, la conoscenza. Che fastidiosa mania, la consapevolezza.
Il romance, alla fine, ha commesso un crimine imperdonabile: ha preso sul serio il desiderio di chi per secoli è stato invitato a desiderare con misura, in silenzio, possibilmente dentro trame approvate da altri. Ha costruito un mercato dove le donne non sono solo oggetto della fantasia, ma pubblico, autrici, editrici, influencer, libraie, organizzatrici di festival, lettrici forti, consumatrici competenti, comunità rumorosa. E sì, ogni tanto anche adoratrici di un fustacchione immaginario con passato traumatico e capacità comunicative discutibili. Nessuno è perfetto.
Tra qualche tempo parteciperò all’ennesimo, attesissimo evento legato al romance, un appuntamento internazionale come il RARE, e immagino già la scena con una certa tenerezza velenosa: migliaia di lettrici in fila, autrici da incontrare, libri da firmare, trolley pieni, sorrisi, foto, dediche, emozioni, e fuori da quella bolla qualcuno pronto a spiegare che siamo tutte lì perché attratte dalla grande corruzione mentale prodotta dal genere. Povere donne incapaci di resistere al fascino combinato di muscoli scolpiti, bad boy mafiosi, uomini moralmente discutibili e copertine troppo invitanti. Che debolezza imperdonabile, la nostra: leggere, scegliere, comprare, discutere, desiderare, perfino capire la differenza tra un romanzo e un progetto di vita.
La prossima volta che qualcuno userà “romanzetto rosa” come insulto, varrà la pena sorridere con calma. Rosa, in fondo, è solo un colore. Il problema è lo sguardo di chi lo trova automaticamente meno serio del nero di un thriller, del rosso di un delitto, del grigio di una distopia. Il romance non chiede di essere assolto. Chiede, molto più fastidiosamente, di essere letto prima di essere condannato. E forse è proprio questo che manda in crisi il vecchio tribunale del gusto: sul banco degli imputati, stavolta, non ci sono solo i libri con i pettorali. C’è l’idea che milioni di lettrici sappiano benissimo cosa stanno facendo, e che centinaia di autrici non si sveglino una mattina decidendo di “spiattellare” sulla pagina traumi, abusi, contesti sociali, orientamenti, dipendenze o violenze come se stessero scegliendo il filtro giusto per una foto. Molto meglio immaginare tutte le romance writer come signore in vestaglia che digitano bad boy, addominali e trauma infantile tra un caffè e una candela profumata. Peccato che, anche qui, la realtà sia meno comoda della caricatura. Molti romanzi, prima di diventare oggetti da deridere o da bruciare simbolicamente, meriterebbero almeno la fatica minima che si deve a ogni libro: aprirli, leggerli, capirli. Poi criticarli, se serve. Ma dopo.
Non dovrebbe essere un concetto così sovversivo, eppure eccoci qui.



